Le donne nel ciclismo professionistico: pedalare verso la parità

Le donne nel ciclismo professionistico: pedalare verso la parità
Le donne nel ciclismo professionistico: pedalare verso la parità
Il ciclismo femminile professionistico è un settore contraddittorio: mentre i riflettori mediatici si accendono su eventi come il Tour de France Femmes, rivelando le prime atlete da un milione di euro, la base del movimento continua a lottare per la sopravvivenza finanziaria. Una realtà a due velocità che dimostra che la parità autentica è ancora lontana.

Il divario economico: le due facce del professionismo

La fotografia finanziaria del ciclismo femminile è un'immagine in chiaroscuro. Da un lato, il livello d'élite ha registrato un'impennata senza precedenti: lo stipendio medio nella WorldTour, la massima serie, si attesta intorno a 85.000 euro annui, con le migliori gregarie nei team top che raggiungono picchi da 150.000 euro. Recentemente, inoltre, Demi Vollering è diventata la prima ciclista della storia a ottenere un contratto da un milione di euro. Dall'altro lato, secondo il sondaggio annuale 2024 di The Cyclists' Alliance (TCA), il 27% delle cicliste professioniste al di fuori del WorldTour non percepisce alcun stipendio né reddito e ad alcune atlete viene persino richiesto di pagare per correre in determinate squadre. Oltre a loro, il 55% guadagna meno di 10.000 euro l'anno, spingendo una ciclista su quattro ad affiancare la carriera agonistica a un secondo lavoro. Ovviamente, questo divario si riflette anche nei premi delle corse. Al Tour de France 2025, il montepremi totale per le donne è stato di 259.430 euro, distribuiti tra tutte le squadre, di cui 50.000 euro alla vincitrice, Pauline Ferrand-Prévot. A confronto, il Tour maschile dello stesso anno ha distribuito 2,3 milioni di euro, di cui 500.000 euro al vincitore, Tadej Pogačar. Dieci volte la cifra andata a Ferrand-Prévot.

La svolta istituzionale: Il 2025 e la nascita delle ProTeam

Tuttavia, qualcosa sta cambiando grazie alla nuova categoria, Women's ProTeam; una divisione professionistica con l'obiettivo di colmare il "baratro professionale" tra le squadre WorldTour e quelle Continental, che fino al 2024 operavano senza l’obbligo di erogare alle sportive alcuno stipendio. Per ottenere la licenza ProTeam, invece, le squadre devono garantire alle atlete una retribuzione minima di 20.000 euro l'anno, assumere staff a tempo pieno e fornire garanzie bancarie e assicurative equivalenti a quelle del WorldTour. Inoltre, le due migliori squadre di questa categoria riceveranno inviti automatici a tutte le gare WorldTour. Questo passo, unito all'aumento continuo del minimo salariale per le WorldTeam (35.000 euro per le dipendenti e 57.400 euro per le lavoratrici autonome nel 2024), è sintomo di un sistema che mira a proteggere un numero sempre maggiore di atlete. Tuttavia, la transizione verso una struttura più solida non è indolore. La pressione finanziaria generata da questi nuovi standard professionali ha contribuito al collasso di squadre storiche ma con budget limitati, ad esempio Lifeplus Wahoo che, dopo l’esclusione dagli inviti al Tour de France Femmes 2024, non è riuscito a trovare gli sponsor necessari a coprire i costi per una licenza ProTeam ed è stato costretto a chiudere.

Il caso italiano: parità nei premi e una nuova governance

Mentre a livello internazionale il percorso è ancora in salita, il 2025 in Italia si è aperto con due eventi storici: il debutto della Sanremo Women, corsa nello stesso giorno della Classicissima maschile, e la nascita della Coppa Italia delle Regioni Donne, un "unicum a livello mondiale" grazie alla parificazione integrale dei premi tra atlete e atleti. Le protagoniste di questo cambiamento ne colgono appieno il significato. Elisa Balsamo, campionessa del mondo 2021, ha dichiarato: "In teoria, la parità di genere è parità di diritti e di doveri". Balsamo ha anche sottolineato i "cambiamenti pazzeschi" degli ultimi anni, citando proprio l'introduzione del minimo salariale nel WorldTour come una "vera tutela" che ha trainato la crescita degli stipendi e della visibilità. Questa visibilità è un altro tassello cruciale. La copertura televisiva del Giro d'Italia Women, ad esempio, seppur in crescita, tocca una media del 6% di share, con picchi dell'8-9% per le tappe più seguite, contro il 15-20% del Giro maschile. La sfida è quindi far sì che il pubblico e gli sponsor riconoscano il valore sportivo e mediatico del ciclismo femminile. La governance sembra averlo capito e per il 2026 punta su format innovativi come gare miste nello stesso evento.

Una strada ancora in salita

Il ciclismo femminile si trova dunque a un bivio. Da un lato, i progressi sono innegabili e accelerano: gli stipendi delle top rider sfiorano quelli maschili, la struttura professionistica si consolida con l'arrivo delle ProTeam, in Italia stiamo sperimentando modelli di parità economica. La visibilità mediatica e l'interesse del pubblico sono ai massimi storici. Dall'altro, secondo il rapporto della The Cyclists' Alliance del 2024 "Il viaggio verso l'uguaglianza nel ciclismo professionistico femminile è tutt'altro che finito". La crescente divisione tra le stelle del WorldTour e le atlete che lottano nella "terra di nessuno" delle squadre continentali rappresenta il rischio più grande. La sfida dei prossimi anni sarà quindi duplice: continuare a spingere verso l'alto gli standard e i riconoscimenti per le atlete d'élite, mentre, contemporaneamente, si costruiscono solidi ponti e tutele per coloro che sono nella parte bassa della piramide. Solo quando una giovane ciclista di talento potrà guardare al proprio futuro sapendo che, indipendentemente dal team in cui corre, il proprio lavoro sarà riconosciuto e retribuito in modo dignitoso, solo allora si potrà dire di aver davvero raggiunto la meta.
Le donne nel ciclismo professionistico: pedalare verso la parità
Come si può insegnare ai giovani l’uguaglianza di genere?